Questa è una sciocchezzuola che scrissi ai tempi in cui ero ancora a Orlando. Addirittura ai tempi in cui ero ancora al chiosco, durante i primi indimenticabili mesi.
Per non lasciarla nel dimenticatoio, per rivivere quei momenti, per non lasciar morire questo blog che tutto sommato può sempre tornare utile... eccola qui.
I.
Era sveglio da oltre ventiquattr'ore e reduce da un interminabile viaggio aereo, ma Carmelotto Princisvalle di Sesto San Giovanni stava vivendo il momento migliore della sua intera esistenza.
Non aveva trovato l'amore della sua vita o un biglietto vincente della lotteria, ma in quel momento soldi e donne non erano nei suoi pensieri: fissava con gli occhi lucidi il grande cubo, simbolo del parco in cui avrebbe lavorato per un intero anno.
Carmelotto continuava a ripetere a sé stesso “Sono a Epcot!” senza riuscire a crederci (tendeva a fidarsi poco di tutti, men che meno di sé stesso, quindi considerava molto valida l'ipotesi che si stesse dicendo una bugia).
Fra tutti i suoi colleghi, lui era quello più informato: sapeva bene che la sigla Epcot significava Every Person Come Out Tired – cosa abbastanza inevitabile, visto che per girare intorno al World Showcase erano necessari almeno un paio di giorni. Ne facevano parte 206 padiglioni, uno per ogni stato del mondo, inclusa una zona in più dove si trovavano tutti i bagni e una fontanella spesso priva di pressione.
Al centro, si ergeva minacciosa la World Showcase Mountain. Mezzo chilometro in verticale, fatto di rocce, spuntoni acuminati e l'animatronic di un montone. Quest'ultimo non solo costituiva un elemento estetico, ma era anche utilizzato per annunciare ogni sera lo spettacolo di chiusura del parco, Illuminations: Rotation of Earth.
Tutto è operato dal più importante Cast Member di Epcot, l'Uomo che Gira il Mondo: dal World Mountain, nelle cui viscere egli è situato, partono laser e fuochi d'artificio che annunciano l'inizio del vero fulcro dello show, la rotazione del World Showcase. Inizia lentamente, quasi in modo impercettibile, per poi accelerare e fermarsi di botto. A quel punto, ottenuta l'attenzione di tutti, l'Uomo che Gira il Mondo avvia la rotazione a velocità massima. Per diversi minuti continua così, accompagnato da una musica d'alto livello che in due minuti, trentacinque secondi e uno sputacchio narra la storia del mondo dalla comparsa dei dinosauri fino al giorno dell'atterraggio sulla luna (lo show non è stato mai aggiornato da allora). Appena la musica finisce, la rotazione si ferma e nessun guest è mai dov'era all'inizio.
Può capitare così che qualcuno che all'inizio dello show era in Francia sia stato catapultato in Canada, così come qualcun altro che era in Russia sia stato sbalzato fuori dal parco finendo nei vicini Cosmic Studios senza nemmeno bisogno di pagare il prezzo del biglietto.
Carmelotto faceva ora parte di tutto questo, e non poteva essere più felice.
II.
Carmelotto non poteva essere più abbattuto.
Il grande boss del padiglione in cui avrebbe lavorato (un tal Osvaldo Amomestiere) l'aveva infatti assegnato, come altri tapini non degni della nostra considerazione, al Chiosco “Il Ciosco”.
Il povero Carmelotto tratteneva a stento le lacrime: il Chiosco “Il Ciosco” era visto male da tutti. Solo la più infima feccia di livello immondo finiva per lavorarci, l'orario era talmente proibitivo da costringere a dormire nel parco durante la notte e la paga settimanale includeva un tributo monetario al signor Amomestiere.
Ricevuta la tragica notizia, Carmelotto uscì dall'ufficio del boss a testa bassa. Tutti i suoi sogni, tutte le sue speranze, tutte le sue certezze erano crollati come un castello di carte. E, come l'uomo che stava per battere il record per il castello di carte più alto del mondo, anche Carmelotto non trovava più un senso della sua vita. Camminava a testa bassa, senza nemmeno sapere stesse andando, senza nemmeno guardare ciò che gli si parava di fronte. Calpestò tre bambini e una vecchietta.
Il sole tramontò e sorse di nuovo, e Carmelotto ancora camminava. Le lacrime ormai solcavano il suo volto, quando d'improvviso il suo occhio incontrò uno spigolo che penetrò in profondità.
La camminata di Carmelotto fu fermata in modo talmente brusco che il povero ragazzo cadde disteso per terra, con lo sguardo rivolto al cielo.
E vide la luce! Incurante del bulbo oculare che rotolava distante (e che fu raccoltò da un Cast Member che lo riciclò vendendolo ad un guest come spilletta in edizione limitata), Carmelotto ammirò il cubo di Epcot che si ergeva su di lui.
Come poteva lamentarsi, come poteva essere triste?
Doveva solo tenere duro.
Il Chiosco “Il Ciosco” non sarebbe durato in eterno, e presto le cose sarebbero tornate a brillare più di una vasca da bagno dopo il passaggio di Mastro Lindo.
III.
Un grande sorriso era stampato sulla faccia di Carmelotto, e vi rimase per tutto il suo primo giorno di lavoro. Si dimostrò cortese, affabile, gioioso e amante dei gelati con tutti i clienti.
Ad occhi esterni, sembrava che preparare un gelato fosse per Carmelotto la cosa più bella del mondo. Mentre con il cucchiaio scavava nel gusto mortadella da mettere su un cono, sfoggiava un sorriso tale che ogni singolo dente era visibile, anche quelli sul retro, nel backstage della bocca. Preparare una coppetta di gelato alla vodka lo mandava in fibrillazione! Ogni tanto, per gioco, ignorava sia coppetta che cono e dava direttamente in mano ai guest una palla di gelato al raviolo. Come non parlare poi, dei gelati sandwiches all'acqua frizzante? Prepararli era l'idillio.
Non solo con i gelati Carmelotto esprimeva tutta la sua gioia: anche quando si trovava in cassa sembrava Babbo Natale sotto acido. Dire il prezzo ai clienti per lui equivaleva a cantare una gioiosa canzone di Natale, e ritirava i soldi del pagamento come se dovesse intascarlo lui stesso! Ma così non era, anzi: le sue finanze erano talmente misere che ogni volta che apriva il portafoglio un paio di mosche vi entravano, spinte da pietà per quanto fosse vuoto.
Carmelotto era l'unico Cast Member del chiosco a comportarsi così.
I suoi colleghi erano tristi, depressi, annoiati e privi di voglia di fare. A volte giravano in tondo, boccheggiando come pesci rossi e con l'espressione vacua persa nel vuoto. Altre volte, dicevano di andare in bagno e non tornavano prima della fine del turno. Raramente, lavoravano, ma il più delle volte la loro mansione consentiva nel chiudere le tende per poter finalmente tornare a casa.
Durante le prime settimane di chiosco, Carmelotto non perse mai l'entusiasmo, confidando che sarebbe stato contagioso, che tutto “Il Ciosco” sarebbe presto diventato il piccolo circo di Epcot, pieno di pagliacci sorridenti, di musica allegra e di gelati sfavillanti.
Scoprì ben presto che si sbagliava: di nuovo sprofondò nella disillusione, nell'amarezza e nell'apatia.
Fu l'inizio della fine.
IV.
La voglia di fare, la gioia, i sorrisi a denti di numero imprecisato appartenevano al passato.
Ora Carmelotto passava le giornate al chiosco come i suoi colleghi: senza far nulla.
Accadde una sera durante la Super Extraordinary Hour, un evento settimanale in cui il parco chiudeva un'ora prima eccetto per un guest scelto a caso che poteva girare a suo piacimento per il parco completamente vuoto.
Il guest, un portoricano della Cina di origini svedesi, si trovava proprio al chiosco, intento nella difficile e vitale scelta tra quattro gusti di gelati. Come è noto, l'intero corso della vita può cambiare in base ad un singolo cambiamento: prendendo il gelato alla mortadella, chissà, potrebbe imbarcarsi per un lungo viaggio da sogno il giorno successivo, oppure scegliendo quello all'acqua frizzante potrebbe ben presto scoprire di essere in dolce attesa (cosa che sarebbe sorprendente in questo caso, visto il sesso della suddetta persona). Qualunque conseguenza fosse legata al gusto di gelato scelto in questo caso non ha importanza, perché il guest morì il giorno successivo dilaniato dalle anatre mutanti di Gusto Way, uno dei numerosi complessi d'appartamenti in cui Carmelotto e compagni vivevano. Ma non è questo il momento per parlare di questo.
Mentre il guest sceglieva, Carmelotto andò in bagno.
Camminava lentamente, perché non aveva voglia di muovere le gambe.
Passò accanto al signor Amomestiere, ma non lo salutò perché non aveva voglia di muovere la bocca.
Si fermò di fronte alla porta del bagno, perché non aveva voglia di aprire la maniglia.
Uno di due colleghi di turno quella sera era rimasto al chiosco, ma non stava servendo il cliente. Si limitava a fissare pigramente una grossa libellula che svolazzava intorno ad una delle lampade sul soffitto. L'altro collega si trovava invece nel backstage, seduto a fumare la quarantunesima sigaretta della serata, con la speranza di trovare, alla successiva, la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto.
Carmelotto e i due colleghi sospirarono di noia, tutti e tre nello stesso preciso identico esattissimo momento.
E la cosa nacque.
V.
Dapprima fu una semplice poltiglia sul pavimento, che in pochissimi istanti assunse una forma propria. Mai uomo vide cosa simile, e mai uomo dovrà rivederla.
Tutti e tre i colleghi, insieme al guest, si trovarono al chiosco a fissare quell'abominio la cui descrizione è cosa ardua persino per i più affermati scrittori e poeti.
Dal folto cespuglio di nera peluria che sembrava costituire il corpo centrale della bestia entravano e rientravano, come antenne di una lumaca, numerosi arti. Lunghe e raggrinzite braccia che si concludevano in orrende mani non di questo mondo, che afferravano tutto con fare avido e bramoso, come se avessero l'intenzione di trascinare tutto nell'indefinibile dimensione da cui l'orrore proveniva. L'essere si reggeva in piedi su quelle che sembravano zampe: simili agli orridi artigli di uno scarafaggio, zampettavano freneticamente sul posto senza alcun freno, come a danzare una sorta di satanica danza indicibile. Qui e là, sotto la peluria, si intravedevano numerose bocche che parlavano all'unisono. Sembravano conoscere ogni lingua del mondo, ed il suono che emettevano non può essere riprodotto da alcun mezzo umano: il solo udire quell'abominevole miscuglio fece scorrere un gelido brivido lungo la spina dorsale di tutti i presenti. Eppure capivano.
Non era un suono umano, non era, è né mai sarà descrivibile, ma ogni presente comprendeva bene quello che l'orrore del Chiosco stava dicendo.
Dopo aver pagato, il guest si allontanò, lasciando i tre cast member da soli con lui.
Nella massa di pelo comparve un occhio. Lentamente, lo sguardo si posò da Carmelotto agli altri due.
Lo fissavano. E vedevano tutto.
Oltre quella singola pupilla, grande quanto una pallina da golf e di un colore mai visto prima, i cast member scoprirono il passato. Dentro quella singola pupilla, i cast member ammirarono il presente. Al di là di quella singola pupilla, i cast member scrutarono il futuro.
Nello stesso istante, migliaia di informazioni frammiste fra loro. Tre giovani menti, tre miliardi e oltre di concetti. Il loro sguardo pareva perso nel vuoto, la loro mente non era più lucida.
Tre arti della creatura lentamente si avvicinarono ad ognuno dei cast member e, forse con amore, forse con sentimenti che la psiche umana non conosce, accarezzarono la testa del trio.
VI.
L'orrore del chiosco proseguì a lavorare fino al tramonto dei tempi, ottenendo anche un nametag. Non era mai solo al chiosco: Carmelotto e i suoi colleghi rimasero lì a lungo, più di quanto si riesca a ricordare. Mai si erano mossi da quando erano stati accarezzati dalla cosa, mai un pensiero aveva attraversato le loro menti. I loro occhi erano fissi nello stesso punto, ma non guardavano nulla.
Ogni gioia per Carmelotto apparteneva ormai al passato, così come ogni tristezza, ogni delusione, ogni sentimento od emozione che mai avesse provato. La voglia di fare continuava a mancare, così come mancava la mancanza di voglia di fare.
Di tanto in tanto, la creatura tornava ad accarezzare lentamente i tre. A volte si soffermava in particolare su uno di loro. Racchiudeva l'intera testa nel palmo della mano, ma non stringeva. Si limitava a fissare intensamente il cast member. Carmelotto pareva essere il preferito di questa enigmatica pratica. Con lui, esclusivamente con lui, la creatura osava di più: non racchiudeva solo la testa, ma avvolgeva l'intero corpo del ragazzo con le sue lunghe braccia. Con l'occhio continuava a fissarlo, e con le bocche sussurrava qualcosa. Non era come i suoni usualmente emessi dalla creatura: i sussurri rivolti a Carmelotto erano un insieme di lingue ignote e suoni incomprensibili, il cui significato rimarrà in eterno nei reami dell'ignoranza umana.
Ma gli abbracci, gli sguardi e i sussurri rimarranno per sempre ignoti a Carmelotto. Non si accorgeva di nulla: né di quanto gli accadeva, né di quanto lo circondava.
Non aveva più pensieri.
Non aveva più coscienza.
Non era morto, ma non viveva.
Per non lasciarla nel dimenticatoio, per rivivere quei momenti, per non lasciar morire questo blog che tutto sommato può sempre tornare utile... eccola qui.
I.
Era sveglio da oltre ventiquattr'ore e reduce da un interminabile viaggio aereo, ma Carmelotto Princisvalle di Sesto San Giovanni stava vivendo il momento migliore della sua intera esistenza.
Non aveva trovato l'amore della sua vita o un biglietto vincente della lotteria, ma in quel momento soldi e donne non erano nei suoi pensieri: fissava con gli occhi lucidi il grande cubo, simbolo del parco in cui avrebbe lavorato per un intero anno.
Carmelotto continuava a ripetere a sé stesso “Sono a Epcot!” senza riuscire a crederci (tendeva a fidarsi poco di tutti, men che meno di sé stesso, quindi considerava molto valida l'ipotesi che si stesse dicendo una bugia).
Fra tutti i suoi colleghi, lui era quello più informato: sapeva bene che la sigla Epcot significava Every Person Come Out Tired – cosa abbastanza inevitabile, visto che per girare intorno al World Showcase erano necessari almeno un paio di giorni. Ne facevano parte 206 padiglioni, uno per ogni stato del mondo, inclusa una zona in più dove si trovavano tutti i bagni e una fontanella spesso priva di pressione.
Al centro, si ergeva minacciosa la World Showcase Mountain. Mezzo chilometro in verticale, fatto di rocce, spuntoni acuminati e l'animatronic di un montone. Quest'ultimo non solo costituiva un elemento estetico, ma era anche utilizzato per annunciare ogni sera lo spettacolo di chiusura del parco, Illuminations: Rotation of Earth.
Tutto è operato dal più importante Cast Member di Epcot, l'Uomo che Gira il Mondo: dal World Mountain, nelle cui viscere egli è situato, partono laser e fuochi d'artificio che annunciano l'inizio del vero fulcro dello show, la rotazione del World Showcase. Inizia lentamente, quasi in modo impercettibile, per poi accelerare e fermarsi di botto. A quel punto, ottenuta l'attenzione di tutti, l'Uomo che Gira il Mondo avvia la rotazione a velocità massima. Per diversi minuti continua così, accompagnato da una musica d'alto livello che in due minuti, trentacinque secondi e uno sputacchio narra la storia del mondo dalla comparsa dei dinosauri fino al giorno dell'atterraggio sulla luna (lo show non è stato mai aggiornato da allora). Appena la musica finisce, la rotazione si ferma e nessun guest è mai dov'era all'inizio.
Può capitare così che qualcuno che all'inizio dello show era in Francia sia stato catapultato in Canada, così come qualcun altro che era in Russia sia stato sbalzato fuori dal parco finendo nei vicini Cosmic Studios senza nemmeno bisogno di pagare il prezzo del biglietto.
Carmelotto faceva ora parte di tutto questo, e non poteva essere più felice.
II.
Carmelotto non poteva essere più abbattuto.
Il grande boss del padiglione in cui avrebbe lavorato (un tal Osvaldo Amomestiere) l'aveva infatti assegnato, come altri tapini non degni della nostra considerazione, al Chiosco “Il Ciosco”.
Il povero Carmelotto tratteneva a stento le lacrime: il Chiosco “Il Ciosco” era visto male da tutti. Solo la più infima feccia di livello immondo finiva per lavorarci, l'orario era talmente proibitivo da costringere a dormire nel parco durante la notte e la paga settimanale includeva un tributo monetario al signor Amomestiere.
Ricevuta la tragica notizia, Carmelotto uscì dall'ufficio del boss a testa bassa. Tutti i suoi sogni, tutte le sue speranze, tutte le sue certezze erano crollati come un castello di carte. E, come l'uomo che stava per battere il record per il castello di carte più alto del mondo, anche Carmelotto non trovava più un senso della sua vita. Camminava a testa bassa, senza nemmeno sapere stesse andando, senza nemmeno guardare ciò che gli si parava di fronte. Calpestò tre bambini e una vecchietta.
Il sole tramontò e sorse di nuovo, e Carmelotto ancora camminava. Le lacrime ormai solcavano il suo volto, quando d'improvviso il suo occhio incontrò uno spigolo che penetrò in profondità.
La camminata di Carmelotto fu fermata in modo talmente brusco che il povero ragazzo cadde disteso per terra, con lo sguardo rivolto al cielo.
E vide la luce! Incurante del bulbo oculare che rotolava distante (e che fu raccoltò da un Cast Member che lo riciclò vendendolo ad un guest come spilletta in edizione limitata), Carmelotto ammirò il cubo di Epcot che si ergeva su di lui.
Come poteva lamentarsi, come poteva essere triste?
Doveva solo tenere duro.
Il Chiosco “Il Ciosco” non sarebbe durato in eterno, e presto le cose sarebbero tornate a brillare più di una vasca da bagno dopo il passaggio di Mastro Lindo.
III.
Un grande sorriso era stampato sulla faccia di Carmelotto, e vi rimase per tutto il suo primo giorno di lavoro. Si dimostrò cortese, affabile, gioioso e amante dei gelati con tutti i clienti.
Ad occhi esterni, sembrava che preparare un gelato fosse per Carmelotto la cosa più bella del mondo. Mentre con il cucchiaio scavava nel gusto mortadella da mettere su un cono, sfoggiava un sorriso tale che ogni singolo dente era visibile, anche quelli sul retro, nel backstage della bocca. Preparare una coppetta di gelato alla vodka lo mandava in fibrillazione! Ogni tanto, per gioco, ignorava sia coppetta che cono e dava direttamente in mano ai guest una palla di gelato al raviolo. Come non parlare poi, dei gelati sandwiches all'acqua frizzante? Prepararli era l'idillio.
Non solo con i gelati Carmelotto esprimeva tutta la sua gioia: anche quando si trovava in cassa sembrava Babbo Natale sotto acido. Dire il prezzo ai clienti per lui equivaleva a cantare una gioiosa canzone di Natale, e ritirava i soldi del pagamento come se dovesse intascarlo lui stesso! Ma così non era, anzi: le sue finanze erano talmente misere che ogni volta che apriva il portafoglio un paio di mosche vi entravano, spinte da pietà per quanto fosse vuoto.
Carmelotto era l'unico Cast Member del chiosco a comportarsi così.
I suoi colleghi erano tristi, depressi, annoiati e privi di voglia di fare. A volte giravano in tondo, boccheggiando come pesci rossi e con l'espressione vacua persa nel vuoto. Altre volte, dicevano di andare in bagno e non tornavano prima della fine del turno. Raramente, lavoravano, ma il più delle volte la loro mansione consentiva nel chiudere le tende per poter finalmente tornare a casa.
Durante le prime settimane di chiosco, Carmelotto non perse mai l'entusiasmo, confidando che sarebbe stato contagioso, che tutto “Il Ciosco” sarebbe presto diventato il piccolo circo di Epcot, pieno di pagliacci sorridenti, di musica allegra e di gelati sfavillanti.
Scoprì ben presto che si sbagliava: di nuovo sprofondò nella disillusione, nell'amarezza e nell'apatia.
Fu l'inizio della fine.
IV.
La voglia di fare, la gioia, i sorrisi a denti di numero imprecisato appartenevano al passato.
Ora Carmelotto passava le giornate al chiosco come i suoi colleghi: senza far nulla.
Accadde una sera durante la Super Extraordinary Hour, un evento settimanale in cui il parco chiudeva un'ora prima eccetto per un guest scelto a caso che poteva girare a suo piacimento per il parco completamente vuoto.
Il guest, un portoricano della Cina di origini svedesi, si trovava proprio al chiosco, intento nella difficile e vitale scelta tra quattro gusti di gelati. Come è noto, l'intero corso della vita può cambiare in base ad un singolo cambiamento: prendendo il gelato alla mortadella, chissà, potrebbe imbarcarsi per un lungo viaggio da sogno il giorno successivo, oppure scegliendo quello all'acqua frizzante potrebbe ben presto scoprire di essere in dolce attesa (cosa che sarebbe sorprendente in questo caso, visto il sesso della suddetta persona). Qualunque conseguenza fosse legata al gusto di gelato scelto in questo caso non ha importanza, perché il guest morì il giorno successivo dilaniato dalle anatre mutanti di Gusto Way, uno dei numerosi complessi d'appartamenti in cui Carmelotto e compagni vivevano. Ma non è questo il momento per parlare di questo.
Mentre il guest sceglieva, Carmelotto andò in bagno.
Camminava lentamente, perché non aveva voglia di muovere le gambe.
Passò accanto al signor Amomestiere, ma non lo salutò perché non aveva voglia di muovere la bocca.
Si fermò di fronte alla porta del bagno, perché non aveva voglia di aprire la maniglia.
Uno di due colleghi di turno quella sera era rimasto al chiosco, ma non stava servendo il cliente. Si limitava a fissare pigramente una grossa libellula che svolazzava intorno ad una delle lampade sul soffitto. L'altro collega si trovava invece nel backstage, seduto a fumare la quarantunesima sigaretta della serata, con la speranza di trovare, alla successiva, la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto.
Carmelotto e i due colleghi sospirarono di noia, tutti e tre nello stesso preciso identico esattissimo momento.
E la cosa nacque.
V.
Dapprima fu una semplice poltiglia sul pavimento, che in pochissimi istanti assunse una forma propria. Mai uomo vide cosa simile, e mai uomo dovrà rivederla.
Tutti e tre i colleghi, insieme al guest, si trovarono al chiosco a fissare quell'abominio la cui descrizione è cosa ardua persino per i più affermati scrittori e poeti.
Dal folto cespuglio di nera peluria che sembrava costituire il corpo centrale della bestia entravano e rientravano, come antenne di una lumaca, numerosi arti. Lunghe e raggrinzite braccia che si concludevano in orrende mani non di questo mondo, che afferravano tutto con fare avido e bramoso, come se avessero l'intenzione di trascinare tutto nell'indefinibile dimensione da cui l'orrore proveniva. L'essere si reggeva in piedi su quelle che sembravano zampe: simili agli orridi artigli di uno scarafaggio, zampettavano freneticamente sul posto senza alcun freno, come a danzare una sorta di satanica danza indicibile. Qui e là, sotto la peluria, si intravedevano numerose bocche che parlavano all'unisono. Sembravano conoscere ogni lingua del mondo, ed il suono che emettevano non può essere riprodotto da alcun mezzo umano: il solo udire quell'abominevole miscuglio fece scorrere un gelido brivido lungo la spina dorsale di tutti i presenti. Eppure capivano.
Non era un suono umano, non era, è né mai sarà descrivibile, ma ogni presente comprendeva bene quello che l'orrore del Chiosco stava dicendo.
Dopo aver pagato, il guest si allontanò, lasciando i tre cast member da soli con lui.
Nella massa di pelo comparve un occhio. Lentamente, lo sguardo si posò da Carmelotto agli altri due.
Lo fissavano. E vedevano tutto.
Oltre quella singola pupilla, grande quanto una pallina da golf e di un colore mai visto prima, i cast member scoprirono il passato. Dentro quella singola pupilla, i cast member ammirarono il presente. Al di là di quella singola pupilla, i cast member scrutarono il futuro.
Nello stesso istante, migliaia di informazioni frammiste fra loro. Tre giovani menti, tre miliardi e oltre di concetti. Il loro sguardo pareva perso nel vuoto, la loro mente non era più lucida.
Tre arti della creatura lentamente si avvicinarono ad ognuno dei cast member e, forse con amore, forse con sentimenti che la psiche umana non conosce, accarezzarono la testa del trio.
VI.
L'orrore del chiosco proseguì a lavorare fino al tramonto dei tempi, ottenendo anche un nametag. Non era mai solo al chiosco: Carmelotto e i suoi colleghi rimasero lì a lungo, più di quanto si riesca a ricordare. Mai si erano mossi da quando erano stati accarezzati dalla cosa, mai un pensiero aveva attraversato le loro menti. I loro occhi erano fissi nello stesso punto, ma non guardavano nulla.
Ogni gioia per Carmelotto apparteneva ormai al passato, così come ogni tristezza, ogni delusione, ogni sentimento od emozione che mai avesse provato. La voglia di fare continuava a mancare, così come mancava la mancanza di voglia di fare.
Di tanto in tanto, la creatura tornava ad accarezzare lentamente i tre. A volte si soffermava in particolare su uno di loro. Racchiudeva l'intera testa nel palmo della mano, ma non stringeva. Si limitava a fissare intensamente il cast member. Carmelotto pareva essere il preferito di questa enigmatica pratica. Con lui, esclusivamente con lui, la creatura osava di più: non racchiudeva solo la testa, ma avvolgeva l'intero corpo del ragazzo con le sue lunghe braccia. Con l'occhio continuava a fissarlo, e con le bocche sussurrava qualcosa. Non era come i suoni usualmente emessi dalla creatura: i sussurri rivolti a Carmelotto erano un insieme di lingue ignote e suoni incomprensibili, il cui significato rimarrà in eterno nei reami dell'ignoranza umana.
Ma gli abbracci, gli sguardi e i sussurri rimarranno per sempre ignoti a Carmelotto. Non si accorgeva di nulla: né di quanto gli accadeva, né di quanto lo circondava.
Non aveva più pensieri.
Non aveva più coscienza.
Non era morto, ma non viveva.





