venerdì 17 luglio 2026

Io sono il viaggio


 

È da parecchio che non scrivo qui, quasi 6 anni ormai.

Non perché non sia successo niente di significativo, anzi, ma forse non ne sentivo più il bisogno. Ma qualche giorno fa ho passato una di quelle serate che vanno messe per iscritto, prima che sfumino nella memoria.

Qualche giorno fa ho assistito al primo concerto di Caparezza.

Non è stata una cosa improvvisata: già un anno fa avevo il biglietto in mano, come regalo di compleanno, e per un anno non ho aspettato altro. Mi hanno pure rifiutato le vacanze, quindi mi son dovuto arrangiare organizzando un weekend singolo, un'andata e ritorno in soli due giorni solamente per vedere un molfettese riccioluto rappare su un palco milanese.


Non avendo molta esperienza di concerti mi sono dovuto fare un po' consigliare, su come organizzarsi, su quando arrivare, e meno male che ho dato retta ai consigli e sono arrivato con largo anticipo. Alle 16 ero già in fila, e alle 16 diluviava a dirotto, con tuoni, grandine e fulmini. La preoccupazione per un potenziale annullamento c'era, dato che la regione Lombardia aveva diramato un allarme estremo per temporali con grandine giganti.

Ma alla fine, come l'esistenza di questo post dimostra, è andato tutto bene.

E anche di più.


Avevo conosciuto una persona su Reddit, anch'egli solo, ma stava nel Pit quindi non c'è stato molto da fare per socializzare e durante tutta l'attesa non ho parlato molto con nessuno.

Poco dopo le 19 si aprono le porte, si passano i controlli, e comincia il caso, con gente che corre e si fa sgridare dagli addetti.

Ho camminato, complice il male alle cosce e i sassolini a terra, nonché il rispetto per quello che ci dicevano, e son comunque riuscivo ad arrivare alla transenna del posto unico in piedi.

Non ero vicinissimo.

Non ero lontanissimo.

Non era frontalissimo.

Ma per me il posto era perfetto.

Mancavano ancora due ore al concerto, l'emozione cominciava a farsi sentire. Piano piano si comincia a parlare, cantare e chiacchierare con i propri vicini, si comincia a essere disgustati dalla presenza di bambini e... piano piano mi ritrovo, non so come, in seconda fila.

Pazienza.

O almeno, pazienza finché un addetto non arriva a distribuire un misterioso braccialetto a tutti quelli in prima fila. Son riuscito ad averlo comunque precisando come sono stato spinto indietro.

Ci si chiede a cosa serve, ci si chiede cosa sia, anche se un dubbio ce l'ho e viene confermato: dopo il concerto, possiamo andare alla sinistra del palco e incontrare Caparezza.

COSA.

E lì ringrazio chi mi ha consigliato di arrivare presto, perché un'occasione del genere non ricapita più.

Le ore passano, gli aerei del vicino aeroporto di Linate decollano uno dopo l'altro sopra le nostre teste.

E poco dopo le 21h30, le luci si spengono, parte la musica, ed arriva lui.


Il pezzo iniziale, come molti avevano previsto, è Il banditore, pezzo unico di Caparezza in quanto unica cover (di una canzone alquanto sperimentale di Enzo Del Re), fatta quasi esclusivamente di onomatopee. Il pezzo perfetto per un album che è un connubio fra musica e fumetto.

Ovviamente l'artista esce da un astronave sul palco, stessa astronave che figura nel fumetto che accompagna l'album.

La gente urla, applaude, si emoziona. Io stesso sono la gente.


Dopo qualche parola introduttiva di benvenuto, dopo qualche applauso, qualche urlo, si continua con Il pianeta delle idee, in cui un vulcano entra sul palco e una persona, che sicuramente rappresenta un'idea, ne esce fuori.

A seguire, il primo singolo che ha anticipato il disco, Io sono il viaggio, durante il quale Caparezza sale su uno pterosauro gigante e vola in mezzo al palco. Sì, lo sto davvero scrivendo. Sì, è davvero successo.


Si passa poi a un pezzo meno recente, El Sendero, durante il quale una strana figura sullo schermo dietro di lui canta il ritornello. Peraltro lo schermo è parte integrante dello show: in ogni pezzo c'è sempre qualcosa da vedere, qualche disegno astratto, personaggio, meteorite, di tutto.

Dopo questo pezzo, comincia a parlare del fumetto mentre vengono trascinati in scena dei grossi quadrati a forma di vignetta, dentro il quale ci sono persone immobili. Ovviamente il tutto serve a introdurre A Comic Book Saved my life, che parla del suo rapporto ed amore con il fumetto fin da quando era bambino. Durante la canzone i quadretti prendono vita uno dopo l'altro.

Sempre nell'album recente si rimane con Gli Occhi della Mente, durante il quale due occhi giganti entrano in scena, seguiti da un occhio ancora più grande dentro il quale entra l'artista, e sbuca ogni tanto per cantare le varie strofe.


Come spiega lui stesso, è una canzone che parla dell'immaginazione. E parlando dell'immaginazione, incomincia a parlare di un certo artista. Prima ancora che lo nomini, la gente ha capito chi è e comincia a urlare in anticipazione del pezzo che sta per cantare. Dopo un'introduzione degna di un professore di storia dell'arte, durante la quale spiega come nella Notte Stellata fantasia e realtà si incontrino, ecco che parte uno dei grandi classici relativamente recenti, Mica Van Gogh.

E non c'è intermezzo, appena la canzone finisce parte uno dei pezzi più famosi, perché come dice Caparezza stesso, ci sta per portare... sulla luna. Si parla ovviamente di Vengo dalla luna, pezzo senza tempo sul razzismo, durante il quale un gruppo di alieni su un astronave gira sul palco.


Si continua a parlare di alieni, di come sia stato loro inviato un disco, ironizzando su come l'alieno parli Molfettese e di come Caparezza possa fare quello che gli pare perché la sceneggiatura l'ha scritta lui stesso. L'alieno offre un disco, e un giradischi, che altri non è se non un robot gigante. E inserendo il disco nel robot, parte uno dei suoi pezzi più ascoltati, forse quello più ascoltato su Spotify: Ti fa stare bene. Robot che ballano sullo schermo accompagnano questo inno a... beh, fare ciò che fa stare bene.




E dopo l'allegria si lascia spazio alle emozioni, con una doppietta letale: Pathosfera, cantata interamente seduto su di un asteroide, e China Town, durante il quale Matteo de Longis, fumettista, disegna qualcosa. Durante questo tour, infatti, ad ogni tappa un artista diverso è ospite del cantante, per realizzare un disegno che verrà poi messo all'asta. I proventi verranno poi dati in beneficenza a Emergency.


Visto che si rimane in tema disegno, Caparezza comincia a lamentarsi di non saper disegnare, mentre Diego Perrone, suo storico collaboratore, gli mette un mantello nero e una maschera che chi ha letto il fumetto riconoscerà in Darktar – titolo del pezzo successivo. La voce di Caparezza cambia e canta questa canzone sul vittimismo e negatività di certe persone.

Durante il pezzo un gigantesco Darktar di cartapesta entra in scena, un qualcosa di spettacolare e incredibile, come ogni altra scenografia, e Caparezza stesso dice che tutto questo serve per distrarci.


Serve per distrarci dal fatto che non sta saltando, che non sta correndo, che non sta muovendo la testa come un metallaro, perché è vecchio. Una panchina entra in scena, e il rapper annuncia che canterà il prossimo pezzo da seduto, introducendolo con “se avete tempo, voglio raccontarvi la mia storia”. Trattasi di quello che probabilmente è il mio pezzo preferito dell'album, Come la musica elettronica, che parla dell'età che avanza, dell'invecchiamento, e non a caso a ballare intorno a lui ci sono infermieri con candele giganti.


Qualche altra parola per introdurre il pezzo successivo, che non è chiaro quale sia, la gente si pone domande, finché non dice semplicemente di essere contento della scelta che ha fatto.

La gente urla mentre comincia la musica de La scelta.


I due pezzi successivi sono molto, ma molto, meno recenti di tutti quelli precedenti, e sembrano un po' fuori tema rispetto alla tonalità generale del concerto, ma come pubblico siamo talmente presi che importa poco. Continuano uno dopo l'altro, prima il pezzo a tema videoludico Abiura di me, seguito da La fine di Gaia, in cui un conto alla rovescia compare sullo schermo, conto alla rovescia che corrisponde esattamente con la durata della canzone.


La fine si avvicina, e dopo Curiosity (oltre il bagliore), altro pezzo dell'album recente, Caparezza introduce la fine “legale” del concerto dicendo che sapeva già da subito con quale pezzo l'avrebbe concluso mentre scriveva la scaletta. Prima di cantare, parla di temi profondi, come Palestina, e ci introduce a un fumettista palestinese Naji al-Ali, creatore del personaggio di Handala, sempre visot di spalle, e ucciso tragicamente e misteriosamente a Londra nel 1987.

Tutto questo serve ad introdurre il bellissimo ed emozionante pezzo La chiave.


Ed è finita così, escono tutti dal palco, saluti e ciao.

Ovviamente si sa che non è finita, è tempo del bis. Partono i cori: da Capa, Capa, Capa, a Michele, Michele, Michele a “Se non metti l'ultima, noi non ce ne andiamo”.

Una strada voce stridula dice che arriverà a salvare la situazione, ma avverte di non farlo passare: è il bizzarro personaggio di Magmarana, che chiede agli orchestrali di suonare una musica allegra. Caparezza torna sul palco, la sgrida, e Magmarana prende in giro questo “tristone”, i suoi temi di morte, tormenti interiore, eccetera, sottolinea come questo spettacolo sia stato un po' malinconico, e acclama il “vecchio Caparezza”. Elenca uno dopo l'altro i suoi vecchi album, ma Caparezza dice che non vuole divertirsi.

Perché lui è... Fuori dal tunnel del divertimento. Enorme classicone, il pubblico esplode, ed esplode ancora di più quando immediatamente dopo la fine parte Jodellavitanonhocapitouncazzo, meno conosciuta dal pubblico generico ma adorata dai suoi fan, a tal punto che un verso è diventato un meme. Caparezza stesso ne è al corrente, dato che lo lascia cantare al pubblico. E mentre tutti urliamo “Amo le donne che sanno di merluzzo”, un pesce gigante appare sullo schermo.

Intorno a lui, un Caparezza gonfiabile gigante e dei Caparezzini molto simili a quelli del videoclip della canzone danzano.

Il grande finale è il suo più grande classico, forse il pezzo più conosciuto, durante il quale Magmarana fomenta il pubblico e finiamo tutti per urlare a squarciagola Vieni a ballare in Puglia.


I ringraziamenti, con il messaggio di Caparezza di tirare fuori la perla che è in noi, si svolgono con in sottofondo la registrazione di Perlificat.

Dopo il selfie con il pubblico, viene mandata Cosmonaufragio.


E finalmente giunte il momento di incontrarlo! Più o meno, perché non sono ben organizzati e non sanno da dove farci passare. Ma dopo qualche bestemmione non necessario dell'addetto, finalmente ci mettiamo in fila. C'è da aspettare un pochino, d'altronde anche lui ha bisogno di riposo, tanto che alcune persone se ne vanno.

Di fronte a me c'è una tale Ambra, che durante il concerto è stata citata direttamente da Caparezza: “Si è persa una bambina di nome Ambra, i genitori la stanno aspettando al merchandise”.

Una piccola star della serata, forse.




E finalmente arriva l'incontro. Sono tanto timido quanto lo è lui, l'incontro è un po' impacciato, allunga la mano sinistra, gliela stringo, ma in realtà voleva solo il biglietto per autografarlo.

E faccio una foto, con colui che seguo da anni, con colui che da anni sento solo in radio, e che le ore precedenti avevo visto su un palco. Ed ora è lì, di fianco a me, ha detto “Ciao Andrea”, si è rivolto direttamente a me.

Ho una foto con lui, un autografo con lui.

È il culmine di un anno di attesa, così come lo è stato il concerto. Tornare in hotel è pesante, dopo ore in piedi, con le cosce che fanno male, qualche formica ancora da qualche parte per il momento in cui mi son seduto a terra forse su un formicaio, la pioggia, tanto che pago qualcosa per poter fare il check-out un po' più tardi e riposarmi come si deve, dato che il giorno dopo ahimè si lavora.

Ma ne è valsa la pena.

Perché tutto questo lo si dimentica quando si è lì insieme ad altre 15.000 persone che adorano lo stesso artista, persone che stanno saltando attraversate da emozioni indescrivibili, persone che stanno urlando a squarciagola le stesse cose che stai urlando tu, che di solito urli in macchina o a casa mentre lo ascolti.

Ma lì, si è un tutt'uno, tutti insieme. Per due ore, non ero più un fan di Caparezza che lo ascoltava da solo, ero uno fra migliaia che stavano vivendo la stessa emozione.

Questo concerto è stato il finale di un anno di attese, di ansie e preoccupazioni, di emozioni. È stato un ricordo che mi accompagnerà a lungo.

E questo è qualcosa che non si può replicare.



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