Prima di partire per Orlando avevo
passato giorni, settimane e mesi a cercare le diverse attività che
il posto presentava. Ero arrivato ad un punto che quasi dimenticavo
che sarei venuto qui a lavorare, per quanto ero concentrato a
documentarmi sulle diverse attrazioni.
Fra queste attrazioni, c'erano i
cosiddetti Escape Game. Le descrizioni che trovavo cercavano di darne
un'idea, senza riuscire però a rendere completamente chiaro di cosa
si trattasse. Quel che è certo è che mi incuriosivano parecchio, e
ho dovuto attendere quasi un anno prima di riuscire a farne uno. Come
se non bastasse, per due volte in una settimana!
Proposta non partita da me, ma subito
accolta, è stata celebrata con curiosità prima e con entusiasmo per
l'esperienza dopo.
Tutto inizia firmando dei documenti,
parte della storia poco interessante e in effetti non fondamentale.
Vengono consegnate delle etichette su cui poter scrivere il nome o un
nickname a caso, e dopo un breve incontro in cui vengono ricordate le
regole della stanza si comincia!
Ogni stanza ha un obiettivo preciso,
oltre a quello di trovare il codice per uscirne.
La prima fatta era ambientata in una
tomba egizia: il gruppetto di giocatori che ci affiancava aveva il
compito di recuperare un rubino.
E si comincia: si trovano pezzi di
puzzle da appendere al muro, steli di geroglifici da decifrare,
scritte da individuare con una luce ultravioletta, combinazioni di
lucchetti per scatole che contengono altri pezzi di altri puzzle. Si
trova la chiave per la porta, si arriva in una nuova stanza con un
cruciverba e una grossa ruota a muro che contiene simboli e lettere.
Girandola, basandosi sui geroglifici, si decifra un messaggio che
contiene altre combinazioni. E si apre anche l'ultimo lucchetto per
l'ultima porta, che conduce ad una grossa stanza con un sarcofago e
altri indizi che via via ci portano ad aprire nuovi lucchetti, a
scavare nella sabbia per trovare altri indizi ed infine ad aprire la
porta di una stanzetta che contiene il meccanismo finale. Dopo aver
trovato un... coso, lo si infila in una apertura dalla forma
corrispondente come i migliori Lara Croft o Indiana Jones, ed ecco
che tutte le luci si spengono.
Il sarcofago lentamente si apre, una
luce lampeggiante all'interno. La mummia stringe tra le mani il
rubino, finalmente l'abbiamo trovato! E sul muro, una grossa scritta
fosforescente è ora comparsa: THE ALIENS WERE HERE. Con annesso il
codice della porta.
Manca un minuto! Si corre verso la
porta da cui siamo entrati, dove si trova il pad numerico per
inserire il codice, ed ecco la nostra vittoria!
Avremmo fallito senza i tre indizi
gratis offerti quando ci servivano, e senza un genio che era nel
nostro gruppo.
Ma perché non riprovare?
Pochi giorni dopo, stessa esperienza
con una nuova stanza.
Pandemic, alias un laboratorio
scientifico in cui trovare una cura per un terribile virus che sta
per distruggere l'umanità. E fra fialette, lavagne, contenitori
medicinali e un altro cruciverba, apriamo le tre stanze che
compongono il tutto (trovando anche un simpatico scheletro nascosto
in un angolo, con annesso sbuffo d'aria per far spaventare i più
innocenti e sensibili partecipanti) per arrivare infine a... fallire.
Il tempo scade, mentre qualcuno cercava
di risolvere il cruciverba e altri cercavano di capire come aprire
sette lucchetti capendo cosa significassero dei numeri segnati sullo
scheletro e altrettanti numeri segnati su delle radiografie.
Abbiamo così condannato l'umanità a
morire a causa di un simpatico virus.
Ma, che sia un fallimento o un
successo, l'esperienza è riassumibile semplicemente definendola una
gran figata.






