C'era una volta: Orlando

Durò appena un anno, ma fu l'inizio di tutto.

Ed ora: Disneyland Paris!

Proiettato verso il futuro, indeterminatamente!

lunedì 10 agosto 2015

Escapologia


Prima di partire per Orlando avevo passato giorni, settimane e mesi a cercare le diverse attività che il posto presentava. Ero arrivato ad un punto che quasi dimenticavo che sarei venuto qui a lavorare, per quanto ero concentrato a documentarmi sulle diverse attrazioni.
Fra queste attrazioni, c'erano i cosiddetti Escape Game. Le descrizioni che trovavo cercavano di darne un'idea, senza riuscire però a rendere completamente chiaro di cosa si trattasse. Quel che è certo è che mi incuriosivano parecchio, e ho dovuto attendere quasi un anno prima di riuscire a farne uno. Come se non bastasse, per due volte in una settimana!
Proposta non partita da me, ma subito accolta, è stata celebrata con curiosità prima e con entusiasmo per l'esperienza dopo.
Tutto inizia firmando dei documenti, parte della storia poco interessante e in effetti non fondamentale. Vengono consegnate delle etichette su cui poter scrivere il nome o un nickname a caso, e dopo un breve incontro in cui vengono ricordate le regole della stanza si comincia!
Ogni stanza ha un obiettivo preciso, oltre a quello di trovare il codice per uscirne.
La prima fatta era ambientata in una tomba egizia: il gruppetto di giocatori che ci affiancava aveva il compito di recuperare un rubino.
E si comincia: si trovano pezzi di puzzle da appendere al muro, steli di geroglifici da decifrare, scritte da individuare con una luce ultravioletta, combinazioni di lucchetti per scatole che contengono altri pezzi di altri puzzle. Si trova la chiave per la porta, si arriva in una nuova stanza con un cruciverba e una grossa ruota a muro che contiene simboli e lettere. Girandola, basandosi sui geroglifici, si decifra un messaggio che contiene altre combinazioni. E si apre anche l'ultimo lucchetto per l'ultima porta, che conduce ad una grossa stanza con un sarcofago e altri indizi che via via ci portano ad aprire nuovi lucchetti, a scavare nella sabbia per trovare altri indizi ed infine ad aprire la porta di una stanzetta che contiene il meccanismo finale. Dopo aver trovato un... coso, lo si infila in una apertura dalla forma corrispondente come i migliori Lara Croft o Indiana Jones, ed ecco che tutte le luci si spengono.
Il sarcofago lentamente si apre, una luce lampeggiante all'interno. La mummia stringe tra le mani il rubino, finalmente l'abbiamo trovato! E sul muro, una grossa scritta fosforescente è ora comparsa: THE ALIENS WERE HERE. Con annesso il codice della porta.
Manca un minuto! Si corre verso la porta da cui siamo entrati, dove si trova il pad numerico per inserire il codice, ed ecco la nostra vittoria!
Avremmo fallito senza i tre indizi gratis offerti quando ci servivano, e senza un genio che era nel nostro gruppo.

Ma perché non riprovare?
Pochi giorni dopo, stessa esperienza con una nuova stanza.
Pandemic, alias un laboratorio scientifico in cui trovare una cura per un terribile virus che sta per distruggere l'umanità. E fra fialette, lavagne, contenitori medicinali e un altro cruciverba, apriamo le tre stanze che compongono il tutto (trovando anche un simpatico scheletro nascosto in un angolo, con annesso sbuffo d'aria per far spaventare i più innocenti e sensibili partecipanti) per arrivare infine a... fallire.
Il tempo scade, mentre qualcuno cercava di risolvere il cruciverba e altri cercavano di capire come aprire sette lucchetti capendo cosa significassero dei numeri segnati sullo scheletro e altrettanti numeri segnati su delle radiografie.
Abbiamo così condannato l'umanità a morire a causa di un simpatico virus.


Ma, che sia un fallimento o un successo, l'esperienza è riassumibile semplicemente definendola una gran figata.

lunedì 6 luglio 2015

My blog will go on

È da tanto, troppo tempo che non aggiorno questo blog. Lentamente sta colando a picco.
Quindi, per risollevarlo ed evitare che tocchi il fondo scriverò un post sul Titanic.
Trattasi di una lussuosa nave da crociera, che nel 1912 affondò causando centinaia di vittime e regalando centinaia di dollari a tutti gli speculatori che negli anni successivi sfruttarono la tragedia in svariati modi più o meno creativi.
Qualcuno ha girato film a riguardo, altri ci hanno costruito sopra musei e attrazioni.
Orlando non poteva certo tirarsi indietro.
Nel mezzo dell'International Drive, lunga strada letteralmente strapiena di attrazioni di vario tipo (musei, locali, minigolf, una ruota panoramica e ogni cosa possa venirvi in mente) esiste un posto noto come Titanic: The Artifact Exhibition o Titanic: The Experience.
E questa è la storia del Direttore in questo posto.

Qualche settimana fa si era deciso di andare a fare una visita al posto. Se ne era incuriositi per motivi disparati, ma le cose non sono andate per il verso giusto. Per qualche strana ragione l'orario di chiusura segnato sul sito non corrispondeva a quello del posto, e l'abbiamo trovato chiuso.
Abbiamo ripiegato, la settimana successiva, su una serata-film. La pellicola in questione, naturalmente, era Titanic.
E poi nulla.
Fino ad oggi.
Giorno libero, mattinata a fare colazione da IHop che ci sorprende sempre con l'incapacità dei suoi server (prima o poi un post a riguardo) e poi finalmente eccoci a bordo!


Il termine è appropriato, considerato che all'ingresso viene consegnato un Boarding Pass, un biglietto del Titanic che ti permette di accedere alla mostra. Sono biglietti particolari, perché sul retro c'è un nome a caso e alcune informazioni legate al passeggero (realmente esistito) che andiamo a "interpretare".
La guida (ogni tanto partono dei tour, c'è andata bene che l'avevamo beccato appena iniziato) ci porta indietro nel tempo - sottolineando la cosa - fino al Titanic.
E stanza dopo stanza, si ammirano oggetti o riproduzioni.
L'elica del Titanic, enorme, alcuni oggetti, dollari, tappeti, e molto altro.
Vengono date informazioni interessanti, dalle differenze di trattamento sui passeggeri di prima, seconda e terza classe all'inesistenza di Jack e Rose. Se un passeggero di terza classe si fosse infiltrato fra quelli di prima, l'intera nave sarebbe stata messa in quarantena per settimane.
Appestati.
Alcune foto di passeggeri dimostrano come non sia passato poi così tanto tempo: uno dei più giovani sopravvissuti da adulto divenne professore. E qualche anno fa un visitatore del museo rivelò di essere stato un alunno del suddetto professore. 100 anni non sono poi così tanti.
In mezzo al tour si fa una pausa per permettere a un fotografo di scattarci una foto sulla caratteristica scalinata, ma spendere 25 dollari per una cosa del genere è ben lontana dai miei intenti.
Pian piano si arriva verso la fine del tour, e inizia il gelo.
Si sale sulla ricostruzione del ponte, dove l'aria condizionata a palla simula la temperatura che c'era la fatidica sera dell'affondamento.
E si gela.
Qualche stanza più in là c'è anche la possibilità di toccare un "pezzo di iceberg", ma è il corrispettivo gelido di mettere la mano sui fornelli.
Una delle ultime stanze mostrava l'elenco di tutti i passeggeri e la ciurma, con i nomi scritti in modo da distinguere i sopravvissuti dai caduti. Siccome ogni biglietto dei visitatori aveva il nome di un vero passeggero legato ad esso, era possibile cercare il "proprio" nome e vedere il proprio destino.
Per quanto mi riguarda, non ce l'ho fatta.
Thomas Andrews Jr, che casualmente era il responsabile costruttore della nave, morì nel disastro.
Da un lato una cosa del genere può essere di cattivo gusto, dall'altro può portare le menti più giovani a riflettere. Dà un'idea della portata che ebbe quell'evento.

Indubbiamente, una visita interessante e istruttiva. La guida-attore, professionale con i suoi carismatici baffetti e il suo costume da capitano del Titanic, ha fatto sì che il nostro tour fosse significativo.
Questo post sta diventando quasi una recensione di TripAdvisor, quindi la chiudo qui.
Sperando che non passino 100 anni prima del prossimo post.

mercoledì 13 maggio 2015

...c'è di mezzo il mare

Tante sono le nuove esperienze che la Florida pone davanti ai suoi esploratori. Alcune sono più grandi, altre sono più piccole, ma tutte hanno
uguale importanza.
Si può parlare di esperienze lavorative, esperienze di vita o di viaggi. Non necessariamente lunghe disavventure per chilometri e chilometri, anche
un semplice viaggio al mare può essere considerato come nuova esperienza. Per uno come me, che al mare ci è andato tipo mezza volta da piccolo
senza nemmeno entrarci, sicuramente lo è.
E così si pare al mattino, alla volta di Naples sul golfo del Messico. Sono tre ore di macchina, ma l'America è la terra dei road trip, delle grandi
distanze e la cosa di certo non ci frena. Non abbiamo nemmeno un navigatore, i nostri mezzi sono poveri: le carte stampate da Google Maps con le
indicazioni stradali, ma sono state sufficienti per poterci arrivare senza problemi.
Arriviamo e si parcheggia al primo posto che troviamo. Qualcuno deve andare in bagno, il problema è dove. Entriamo in un locale a caso, qualcuno
prende qualcosa e siamo a posto. Casualmente siamo proprio di fronte ad una gelateria, e ad un gelato non si dice mai di no.
E così si entra. Gusti strani, come lavanda e gelati vegani, ci si parano davanti. La signora, apparentemente tedesca, chiacchiera con noi. Simpatica,
gentile, il gelato è buono. C'è chi l'ha adorato, benedicendo questa casuale fermata di fronte alla gelateria.
Dopo una sosta ad un ATM per depositare un po' di soldi (il bancomat più rumoroso di tutta l'America, l'intera città probabilmente sapeva che
qualcuno stava depositando visto il BIP che faceva ogni tasto appena premuto) ci avviamo.
Una ricca città, con villone e case di gente con soldi, ci accompagna finché non arriviamo alla grande distesa di sabbia e acqua che a molti
piace definire mare.
E qui non rimane molto altro da fare.
Ci si stende, con un po' di sole ad abbrustolirci.
Ci si bagna, con qualche mezza lezione di nuoto.
E poi si cammina sul bagnasciuga, si raccolgono conchiglie, si arriva ad un molo dove ci sono i pescatori.
C'è pure un chioschetto che vende delle banane congelate dai gusti diversi, che tuttavia non sono un granché.
E passeggiando su e giù per il molo all'improvviso accade. In un battito di ciglia, inaspettato, appare.
Qualcuno indica.
Qualcuno grida.
Nessuno se lo è immaginato, è veramente lì.
"Un delfino!".
Circondati da pellicani, questi simpatici mammiferi nuotano avanti e indietro rubando i pesci ai pescatori, banchettando con le budella rigettate in
mare, lottando con gli altri uccelli che tentano di fregare la loro manna dal cielo.
E si torna indietro, all'altro capo della spiaggia.
Ci si rilassa ancora un po'.
Nulla rovina la giornata, neanche il fatto che abbia perso la maglietta in spiaggia e abbia dovuto rifarmela avanti e indietro due volte per
ritrovarla. Un genio dei nostri tempi.
E la giornata si conclude in spiaggia, con il sole che scompare e riapparirà in Italia dopo quattro ore.
Tutto si tinge di arancione, e l'esperienza di un silenzioso bagno al tramonto non si nega a nessuno. In silenzio, cullati dalle onde, ad
ammirare il giorno che scompare.
E dopo una rapida cena serviti da una cameriera più che svampita, è il momento di tornare a casa.


Se la macchina partisse.
Un passante ci aiuta a capire quale fosse il problema con questi enigmatici cambi automatici, e si parte. Abbiamo ancora le mappe di Google Maps
per l'andata, che seguiamo al contrario.
Ultima tappa è un'area di riposo dove ci fermiamo per prendere qualcsoa da bere ai distributori automatici. Buio, silenzio, luci traballanti.
La classica atmosfera da film horror, aiutata anche da un signore che improvvisamente sbuca da dietro l'angolo. Non lo guardiamo, prendiamo in
fretta le nostre bibite e si torna in macchina verso casa, lasciandoci la giornata alle spalle.
Chilometri dietro di noi, il mare rimane dov'è, a cullare la città con il silenzioso fruscio delle onde.
E chissà, forse qualche solitaria tartaruga esce per deporre le sue uova sulla spiaggia.
E quello che i piccoli neonati proveranno alla nascita, trovandosi di fronte quell'immensa distesa d'acqua, si può solo immaginare.

martedì 24 marzo 2015

BEDBUGS!


Si annidano nei letti.
Lavorano di notte.
Succhiano tutto il sangue che riescono.
Sono una delle più grandi maledizioni da cui l'America è afflitta: le bedbugs, o cimici dei letti, o maledetti esserini che rompono solo le palle.
Nessuno è al sicuro: potete beccarle in albergo mentre siete in vacanza, magari lasciate da qualche turista precedente o magari abbastanza autonome da aver prenotato la camera per conto loro. Oppure potete beccarle in casa. La mia esperienza americana non sarebbe stata completa senza questi simpatici esserini.
Probabilmente era da un po' di mesi che offrivo loro un buffet a base di sangue, considerato che segni di punture assortite e prurito non mancavano qui e lì sulle gambe. Ma inizialmente, non abituato a questo genere di bestioline, non ci avevo fatto caso. Magari potevano essere zanzare, magari me ne fregavo, magari sottovalutavo il problema.
Poi una di loro si è palesata: forse in ricognizione sul muro, forse dispersa. In realtà importa poco, perché le sue colleghe non l'hanno mai più rivista e forse la stanno ancora aspettando. Grazie a questa martire abbiamo potuto avvertire l'housing e dopo una prima visita di ricognizione da parte di.. boh, un tizio che ha pure dimenticato il telefono in casa ed è tornato mezz'ora dopo a recuperarlo, si è dato inizio alla preparazione.
Tutti i vestiti, coperte, cuscini, cappelli, roba di stoffa e simili è dovuto essere impacchettato e riposto su tavoli, comodini, sedie. Nulla andava sul pavimento. Le camere da letto dovevano essere completamente sgombre, solo il letto e le cassettiere andavano lasciate al loro posto.
E così tutto l'appartamento si è dato da fare a seguire meticolosamente queste istruzioni, fatta eccezione per Jacob il Ciccione che Non Parla che ha preferito mettere tutta la roba in valigia. Si vede che andava direttamente a dormire in hotel.
Non è mancata nemmeno una telefonata da Benito in persona, che chissà come sapeva già tutto. Siamo stati avvisati che non ci avrebbe fatto entrare a lavoro se non avessimo cambiato tutte le divise.
E così, dopo una mattinata passata fuori casa (ma fortunatamente trovando qualcuno che mi ospitasse) e una serata di duro lavoro, si torna a casa ed arriva la parte peggiore.
Le lavatrici.
Ora, immaginate di dover lavare tutti gli indumenti, coperte, roba di stoffa, eccetera che avete in casa. Ecco. Due o tre ore di lavaggio, lavaggio e ancora lavaggio e asciugatura. Cosa che i due altri coinquilini dal Marocco e dall'America hanno mancato di fare, ma questa è un'altra storia.
Finalmente la cucina, sgombra di tutti i sacchi di plastica pieni di roba, tornava a brillare.
Ed ecco che notiamo qualcosa. Lì, sulla mensola, un foglio piegato ci avvisa che dobbiamo cambiare le chiavi il giorno dopo perché uno dei nostri coinquilini se ne è andato.
A quanto pare Jacob non andava a dormire in hotel. E nessuno ha saputo niente fino all'ultimo. Anzi, fin dall'inizio nessuno ha saputo nulla sul misterioso, taciturno e colossale Jacob, il Ciccione che non Parlava.

mercoledì 18 marzo 2015

Alligatori e arance


Fra le cose principali per cui la Florida è nota ci sono i due massimi esponenti che compongono la sua flora e fauna: alligatori ed arance.
I primi, creature delle acque sempre pronte ad essere confuse con i loro cugini coccodrilli, e le seconde, agrumi che hanno dato il nome all'omonimo colore. Il mio ultimo giorno off mi ha portato in tour in mezzo ad entrambi, offrendomi una vsione della Florida al -quasi- naturale.
La possibilità di dormire un po' al mattino è certo allettante, ma il bus passa alle 8.30 e quindi la sveglia alle 7 è quantomeno una necessità. Fortunatamente ci ha pensato una bella camminata di venti minuti fino alla fermata a svegliarmi.
Una volta lì, dopo aver cercato un po' il punto preciso in cui sarebbe passato - e aver trovato il bus di un altro tour, per Cape Canaveral, aka Kennedy Space Center, che un giorno conto di visitare - si parte su un piccolo furgoncino con una folle autista di nome Lisa.
Siccome ero da solo, mi fa sedere davanti e sottolinea come sarò l'unico a partecipare sia al tour in Airboat fra gli alligatori che a quello sul Monster Truck fra le arance.
Inizia il viaggio, e per tutti i quaranta minuti successivi PARLA.
Parla.
Parla.
E ri-parla.
Commenta tutto quello che vede, sente, dice, odora. C'è un che di pazzoide in lei, nel suo tono di voce altissimo e nella sua risata da schizzata.

Ma alla fine si arriva a destinazione. Prima tappa è Wild Florida, un piccolo parco faunistico sulla riva di un lago-palude che, se non ho capito male, è posseduto dai mormoni. La zona di Orlando in cui siamo passati è quella, e non a caso lungo il tragitto si potevano ammirare numerose case carucce.
Il parco è piccolo, e un'oretta basta e avanza per visitarlo per bene. C'è un ponte su un lago con diversi alligatori, incluso il più grosso del parco, il possente e micidiale BONECRUSHER (aggiungere schitarrata metal dopo il nome, per renderlo più powah).
Oltre a lui, altri animaletti popolano il parco. C'è uno stagno/palude, Duck Swamp, dove in teoria si potrebbe ammirare tartarughe, serpenti, e altri animali tipici ma la loro abilità nel nascondersi mi ha precluso la vista. O forse non c'erano proprio e sono stato ingannato.
Altre offerte del parco erano delle zebre, così come degli zedonk, incroci fra zebra e asino.
E poi c'era Kramer. Lisa, la folle autista, ci aveva avvertito che avremmo incontrato un tal Kramer e l'avremmo riconosciuto perché ci avrebbe salutato dicendoci "Hello, I'm Kramer". Ma nessuno poteva immaginare che Kramer fosse un cacatua. Un cacatua che parla, che mi chiede come sto, com'è andata al lavoro.
Per finire il parco ha anche un alligatore: oltre al possente Bonecrusher, il parco ospita Flaffy. Una piccola lucertola troppo cresciuta lunga un metro e qualche mela.
Dopo la visita al parco è tempo dell'airboat. Una breve attesa e ci si imbarca, cuffie nelle orecchie per coprire il fortissimo rumore dell'elica e via in mezzo al lago, in mezzo alle paludi.
Il veicolo va a tutta velocità, l'aria scompiglia i capelli e ti fa pensare che un paio di occhiali da sole farebbero veramente comodo, e durante le curve più intense un po' d'acqua schizza sui passeggeri. Circondati da uccelli, alligatori e una miriade di insettini piccoli quanto fastidiosi, il tour nell'airboat si conclude.

È tempo di tornare a casa per tutti tranne me. La folle Lisa quindi lascia tutti gli altri passeggeri nei rispettivi hotel e poi si parte, dove le arance mi attendono.
Ormai ero solo con Lisa, quindi sono stato costretto a parlarle anche io invece di rimanere in silenzio lasciando che fossero gli altri a parlare. E così scopro che anche lei è stata una Cast Member Disney, che ha lavorato anni fa nella compianta Pleasure Island, che non è la versione a luci rosse del Paese dei Balocchi bensì una zona che offriva locali, discoteche e quant'altro. Mi ha anche fatto sapere che Vista Way, complesso in cui vivo, un tempo era un centro di diffusione dell'AIDS visto che la gente vi si divertiva, e che per questo era simpaticamente nota come Vista Lay. Ma già lo sapevo.
Purtroppo anche io avrò da attendere per loro, perché il tour con il Monster Truck parte alle 16 e sono appena le 14 e mezza circa. Non c'è molto da fare: un negozio con miele e frutta assortita, più oggettistica bizzarra che non ho esitato a fotografare.
C'è anche un laghetto che potrebbe ospitare alligatori, ma potrebbe essere una palla.
E anche una piccola fattoria con bovini e galline. Poco altro, in compenso mi sono mangiato un alligatore di cioccolata.
Esisteva anche la possibilità di acquistare un sacchetto di non so che materiale e girare per i campi di agrumi raccogliendo ciò che più ci aggrada, cosa che non ho fatto per non caricarmi troppo di roba.
Arrivano le quattro e si sale su quel bestione le cui ruote sono più grosse di me, accompagnati da un autista ancora più folle di Lisa. Attraverso campi di agrumi, foreste con alberi distrutti dai fulmini (la Florida ne attira MOLTI), paludi in cui le ruote sono quasi del tutto immerse, il tour continua senza traccia di animali. Purtroppo un veicolo talmente rumoroso fa scappare gli animali a chilometri di distanza, a meno che non ci sia qualche creatura coraggiosamente curiosa.
Uniche creature viste erano delle mucche che abbiamo nutrito lanciando alcune arance dal camion, e basta. Oltre a qualche uccellino vario.
Si scende dal camion dell'autista pazzo per tornare sul furgone della Lisa pazza, per tornare verso casa. La gentil signora mi lascia proprio vicino a Vista Way, risparmiandomi la camminata.

E così finisce qui la giorn.. NO!
Perché mai concludere così, dato che è presto? Perché non organizzarsi con qualcuno e accettare un invito per un gelato a Downtown Disney?
E via, verso il gelato di Hagen-Daz! E poi perché non aggiungere anche uno dei santi panini di Earl of Sandwiches? E fra una cosa e l'altra chissà come si inizia pure a canticchiare canzoni di diversi Classici Disney, come a sfidare la cultura disneyana reciproca.
Ed infine si prende il bus per tornare a casa, giusto?
SBAGLIATO!
Perché la folle proposta di andare a piedi fino a casa viene accolta con entusiasmo. E un'oretta di camminata cazzeggiando, cantando e correndo in mezzo agli irrigatori che si attivano prima del nostro passaggio, schivando i getti d'acqua come fosse un videogioco, conclude degnamente un'altra gran giornata, un altro gran giorno off.
E la notte cala sulla Florida, nella quale future avventure giacciono in attesa come alligatori.

mercoledì 14 gennaio 2015

Un viaggio inaspettato

Mi rendo conto che non sto aggiornando il blog spesso quanto avrei voluto, ma non sta nemmeno capitando tantissimo
Pertanto, per raccontare qualcosa – ed evitare che il suddetto qualcosa finisca nel dimenticatoio – inizierò a scrivere anche brevissimi post legati a singoli aneddoti.
Come la serata di oggi, dove dopo il turno dinner mi sono ritrovato a Downtwon Disney.
L'idea iniziale era di trovarci in un locale nei dintorni per mangiare qualcosina, ma siccome il suddetto locale ormai ci esce dalle tasche qualcuno ha proposto di andare nella Downtown prima citata.
E così, dopo una corsa a casa a cambiarmi (perché mangiare in divisa nel locale è ok, andare fino a lì con nametag e papillon un po' meno) perché il bus arrivava in 10 minuti, siamo partiti alla volta di quel magico posto dove tutto chiude alle 23.
Eh sì.
Volevamo mangiare da Earl of Sandwiches: entriamo, è vuoto. Però siamo entrati, no? Ottimo segno. Meno ottimo segno è la corda che blocca l'entrata verso la cassa, ed infatti ci dicono allegramente di essere chiusi.
Ma non importa!
A Downtown Disney c'è Egli, Ghirardelli! Il re dei gelati. Faceva freschino però, e mi son preso una cosa che ufficialmente è per tipo tre persone. O almeno per tre persone normali.
Non l'ho finita, ahimè.
Dopodiché, dato che stavamo congelando sia fuori che dentro, ci siamo avviati alla fermata.
IL BUS.
È LI.
CORRETE.
PRESTO.
E una volta arrivati lì ci rendiamo conto che l'autista non è sul suo sedile, ma sta girando l'autobus e ci accoglie con un “Merry Christmas”. WHAT.
Dopodiché, chiede a noi ospiti dell'autobus a che ora dovrebbe partire.


Siamo arrivati a casa sani e salvi, alla fine, e lo sconforto causato dalla follia dell'autista che avevamo dinnanzi ha lasciato spazio ad una piacevole sensazione di conforto.